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Associazione Archès

La Grotta delle Fate. Mosè, l’acchiatura e l’avventura dei cinquanta

di Nicola Febbraro e Anna Lucia Nicolì 

Introduzione

La Grotta delle Fate (Salve-Lecce), in realtà definirla grotta è improprio, è un inghiottitoio carsico che riceve e canalizza le acque di superficie fino alla falda sotterranea. Venne scoperta, dal punto di visto scientifico, negli anni venti del secolo scorso anche se la sua frequentazione è ben più antica, come dimostrano le numerose iscrizioni presenti sulle sue pareti. La prima esplorazione speleologica è stata effettuata nel 1961 ad opera del Gruppo Speleologico Salentino, autore del rilievo della stessa. Solo di recente è stata oggetto di uno studio multidisciplinare – da parte del Gruppo Speleologico di Tricase e dell’Associazione Culturale Archès – che ha portato alla pubblicazione di una monografia nel 2018 (“Salento Sottoterra”) a cura di Nicola Febbraro e di Marco Piccinni (con i contributi di: Stefano Margiotta, Antonia Belgiorno, Stefano Calò e Stefano Cortese) dalla quale sono state attinte tutte le informazioni e le foto presenti in questo articolo (fig. 1).

Fig. 1 – Copertina del volume Salento Sottoterra.

La voragine è ubicata a ridosso del punto di congiunzione fra i due rami del Canale Fano (fig. 2), in un’area ricchissima di testimonianze archeologiche per via della presenza nel fondo dello stesso di numerose sorgenti. Uno studio approfondito della stessa è stato presentato nel 2011 nel volume “Archeologia del Salento” (fig. 3).

Fig. 2 – Localizzazione di Grotta delle Fate (1) in prossimità della congiunzione del Canale Tariano (2) con il Canale Fano (3). In primo piano la dorsale della Serra di Spigolizzi (4). Foto di Giuseppe Negro (Archivio Fotografico del Comune di Salve). 

Fig. 3 – Copertina del volume Archeologia del Salento.

La Grotta delle Fate

Grotta delle Fate presenta una planimetria abbastanza articolata (fig. 4), si caratterizza per un ingresso oggi ridotto a pochi decimetri di altezza (A2). Lo stesso, un tempo, si ergeva fino ad un paio di metri, prima di essere quasi completamente interrato da detriti alluvionali e, negli ultimi decenni, da rifiuti di vario genere.

Fig. 4 – La pianta di Grotta delle Fate realizzata nel 2008 dal Gruppo Speleologico Salentino “P. de Lorentis” di Maglie (Lecce).

Dal suo ingresso ci si immette in un’ampia sala (fig. 5), di dimensioni 25×16 metri per 22 metri di altezza nel punto più alto, parzialmente ostruita da un imponente cono detritico misto a rifiuti (A3). Alcuni grossi massi si sono staccati naturalmente dalla volta, per adagiarsi disordinatamente nella sala. In direzione NO e SE si aprono due prosecuzioni. In prossimità della prima, l’imbocco della prosecuzione è contrassegnato dalla presenza di una croce monogrammatica (A6), che tradisce una frequentazione umana della cavità, seppur occasionale, forse da attribuire al tardo Medioevo (fig. 6).

Fig. 5 – Primo grande ambiente di Grotta delle Fate (Salve-Lecce). Foto di S. Sammali.

Fig. 6 – La croce monogrammatica incisa in corrispondenza dell’imboccatura del primo cunicolo verso NO.

La volta si abbassa notevolmente ad arco lasciando spazio all’imbocco di un breve cunicolo (A5), postazione privilegiata da una piccola comunità di chirotteri che in questa porzione della grotta sceglie di trascorrere il periodo del letargo invernale. Superato il cunicolo si accede ad un ambiente che si sviluppa in direzione Nord (fig. 7), di dimensioni 22×7 metri per un’altezza di 4 nel punto più alto (B). Qui sono frequenti i crolli di blocchi di roccia dalle sue pareti. Nella porzione terminale della sala è possibile accedere a due ambienti di modeste dimensioni – dei quali uno raggiungibile dopo aver disceso un pozzetto di tre metri (C3) – tra loro intercomunicanti, dai quali si dipartono due serie di lunghi e stretti cunicoli, che si sviluppano con alcune diramazioni per 55 e 40 metri circa.

Fig. 7 – La seconda sala che si incontra procedendo verso NO.

La prosecuzione che dalla sala principale si dirama invece in direzione SE, permette di raggiungere, dopo un ulteriore e drastico abbassamento della volta, un ambiente di 6×5 metri (B) che reca sul lato destro un piccolo pozzetto, 4 metri circa, che porta ad un livello della cavità sovrastato da imponenti crolli. Percorso carponi un breve cunicolo si accede ad un ambiente di 12×6 metri (fig. 8), denominato “Sala Bianca”, ricco di nomi e date che ricordano passate esplorazioni effettuate da non addetti ai lavori.

Fig. 8 – Ambiente, denominato “Sala Bianca”, sulle cui pareti sono presenti diversi nomi e date. 

Mosè e i suoi compagni di avventura

La cavità ha da sempre rivestito una grande importanza per gli abitanti di Salve e dei paesi limitrofi di ogni epoca e sempre fervida ne è stata la fantasia popolare a riguardo. Non mancano, infatti, le leggende che la vogliono abitata, di volta in volta, da orchi, fate ammaliatrici e  scazzamurreddhi dispettosi (gnomi salentini).

L’insieme delle leggende scritte (a partire dalla fine del seicento) ed orali, che riguardano la voragine, assieme alle oggettive difficoltà di accesso al suo interno, l’hanno resa nel corso dei secoli una fra le più note ed appetibili, del Capo di Leuca e non solo, da parte di folte schiere di persone, che hanno bramato di esplorarla, non tutte riuscendoci.

Fra i nomi e le date presenti sulle pareti del suddetto ambiente, siamo rimasti colpiti da un’iscrizione in particolare: parla di coraggiosi avventurieri salvesi che hanno esplorato la voragine 70 anni fa. Una firma, realizzata con una matita, così recitava: “Ciullo Luigi fotografo/1950-2-11/Simone Francesco” (fig. 9).

Fig. 9 – Firma presente su una delle pareti della “Sala Bianca”: “Ciullo Luigi fotografo/1950-2-11/Simone Francesco”.

Il compianto signor Luigi Ciullo, fotografo di professione, ha immortalato decenni di storia salvese dal 1951 al 2006, anno della sua dipartita. Poco distante da questa prima firma che abbiamo notato ne sono emerse delle altre (B4). Su tutte spiccava quella di un “Vantaggio Cosimino”, con la data: “2-11-950” (fig. 10). Anche in questo caso si tratta di un signore non più in vita e salvese.

Fig. 10 – Firma presente su una delle pareti della “Sala Bianca”: “Vantaggio Cosimino/2-11-950. Foto di Sandra Sammali.

Il 2 novembre del 1950, dunque, i tre amici (Luigi, Francesco e Cosimino), hanno deciso di esplorare Grotta delle Fate. Questo era almeno il quadro che emergeva da quanto riscontrato sulle pareti di un ambiente della voragine. Indagini più accurate, svolte una volta rientrati in paese, ci hanno permesso di ricostruire, nel suo complesso, questa pagina di storia salvese, grazie soprattutto al fondamentale apporto di Umberto Lecci (ingegnere originario di Salve ma che vive a Roma), che ci ha fornito un importante fotogramma (fig. 11). Lo stesso ritraeva suo padre (il compianto prof. Alfredo Lecci) assieme agli altri protagonisti di quella meravigliosa avventura, fra i quali vi era il signor Mosè Lezzi (classe 1927), all’epoca (estate del 2016) ancora in vita, che ci ha raccontato l’intera vicenda. La foto era stata ovviamente scattata dal signor Luigi Ciullo.

Fig. 11 – I cinque intrepidi salvesi, che hanno perlustrato Grotta delle Fate il 2 novembre del 1950. Fra essi vi sono Luigi Ciullo (autore della foto), Mosè Lezzi e il prof. Alfredo Lecci.

Mosè ci racconta di come sono partiti quantomeno in una cinquantina da Salve (fig. 12). Particolare questo che ci lascia a bocca aperta, considerando le sole tre firme individuate sulle pareti interne dell’invaso carsico e riferibili a questa esperienza. Tutti procedevano a piedi, ci dice Mosè, e qualcuno in bici: fra questi vi era lui. Ci dice anche che nell’occasione forò la ruota ma che dovette comunque “carisciarla” (portarla) con sé sino alla meta e che “eravamo una vera e propria mandria che camminava lungo la via del mare”. Ci tiene poi a precisarci che vi prese parte praticamente tutto il paese. Considerando che vi era quasi un giovane per ogni famiglia. Vi erano, inoltre, persone di ogni estrazione sociale: da un giovane medico ai contadini, dagli artigiani ad un fotografo oltre ad alcuni studenti universitari.

Fig. 12 – Alcuni fra coloro che presero parte all’avventura del 2 novembre del 1950, ritratti da Luigi Ciullo nei pressi della voragine. Archivio fotografico privato del Signor Antonio Vantaggio. 

Gli chiediamo poi a chi venne l’idea e come mai scelsero una data così particolare per vivere quell’esperienza. Ci dice che l’idea partì per caso, non ricorda da chi, in una delle “riunioni” serali di paese fra giovanotti, che non avevano a disposizione né cinema, né tv, né android, né qualsivoglia svago 2.0. Ci dice che furono in pochi a decidere di intraprendere questa avventura ma che poi la notizia si sparse a macchia d’olio e che giunsero, in men che non si dica, alla suddetta ed incredibile cifra.

Riguardo al giorno scelto (la commemorazione dei defunti) ci riferisce che non era vissuto come quello di qualsiasi altra festa paesana: ad esempio quella in onore dei Santi patroni. Bastava recarsi in chiesa o al cimitero, per onorare la loro memoria, per sentirsi liberi da ogni ulteriore vincolo morale/religioso. E fu proprio così che agirono; al mattino si recarono ad ascoltare la messa e nel primo pomeriggio erano tutti in fila in direzione SO: verso il mare. L’alto numero di partecipanti servì a farsi coraggio reciprocamente, considerando che l’avventura, che si apprestavano a vivere, non era della più semplici e che non vi erano precedenti in tal senso, a memoria dei partecipanti.

Buona parte dei presenti non credeva nelle fate o almeno questo faceva trapelare agli altri, forse per non essere presa in giro. Tutti si dicevano solo curiosi di esplorare quella cavità così fitta di mistero. Non si misero alla ricerca né del tesoro né delle pepite d’oro, in quanto non erano nemmeno al corrente della relativa leggenda.

Una volta giunti nei pressi dell’inghiottitoio vi fu una prima scrematura. La paura iniziò a farsi sentire, alcune gambe iniziarono a tremare e i cuori a pulsare sempre più forte. Stando a quanto ci riferisce Mosè, i più dichiaravano di avere il terrore dell’eventuale presenza di spiriti malefici al suo interno, alcuni addirittura del demonio in persona. Avrebbero volentieri tenuto nascosto queste loro legittime debolezze ma furono messi spalle al muro dalla realtà dei fatti. In molti, pertanto, preferirono rinunciare ad intrufolarsi nella voragine.

Appena entrati “imu vardátu all’aria” (abbiamo guardato all’insù), mi dice Mosè, essendo l’ambiente molto più grande di quanto ci aspettavamo. “No sapívane addhú érene scíre” (non sapevamo dove dirigerci) continua, finché uno di noi non ha detto: “Vagnóni! A quái nc’é na carótta!” (ragazzi, qui c’è un buco). Si riferiva al pozzetto che si sviluppa a SE, a qualche decina di metri dall’ingresso, ma ad una quota più bassa (A4).

Non avevano portato corde con loro e come fonti di illuminazione avevano una batteria di autovettura collegata ad una lampadina, che però non fu molto utile alla causa ed una grossa lampada ad acetilene presa in prestito da qualche pescatore, forse presente tra i cinquanta. Questa era sufficiente ad illuminare a giorno tutto il primo ampio ambiente ipogeo. Calatisi nel pozzetto si sono ritrovati nell’angusto passaggio dove occorre procedere carponi, caratterizzato dalla presenza di qualche grande blocco crollato al suolo, che ha conservato numerose firme incise (B1). Erano tutti molto eccitati, qualcuno forse un po’ impaurito, quando è accaduto l’inaspettato.

Non si sa bene il perché ma sta di fatto che la lampada si è spenta ed il buio, in un attimo, ha avvolto tutti i presenti. Il panico è regnato sovrano. Alcuni lo hanno manifestato apertamente, altri se lo sono tenuto stretto nel chiuso del loro cuore. Pochi istanti dopo una voce ha rotto il silenzio, la più autorevole presente in quell’ambiente: quella di un giovane medico. Ha chiesto senza esitazioni e con fermezza: “Ci tene nu póspuru an póscia?”(chi ha un fiammifero in tasca?). Seguirono degli attimi di vero panico. Se nessuno avesse avuto un fiammifero a portata di mano, sarebbe stato impossibile percorrere l’accidentata via del ritorno, risalendo il pozzetto fra l’altro, quantomeno nell’arco di poche ore, finché cioè non fosse giunto qualcuno in loro soccorso dall’esterno.

Fra la concitazione generale, finalmente, uno dei presenti estrasse un fiammifero dalla tasca. Mosè non ricorda chi fu ma di certo si è trattato di un fumatore, che la Provvidenza aveva fatto sì che fosse con loro in quel particolare pomeriggio d’autunno. La fiammella si riaccese immediatamente ed illuminò i visi sbiancati dalla paura dei presenti. Vi fu un gran sospiro di sollievo collettivo ma nonostante ciò la paura, che si era ormai instillata nei cuori di alcuni fra i presenti, suggerì loro di abbandonare mestamente l’ambiente ipogeo. Si assistette, dunque, ad un’ulteriore scrematura dei cinquanta con i quali aveva avuto inizio quest’avventura. Costoro guadagnarono l’uscita e la luce del sole, rassicurati dal fatto che, almeno lei, non li avrebbe di certo traditi. Rimasero così solo in sei a proseguire l’avventura. Si tratta dei cinque ritratti in foto (fig. 11), cui vi è da aggiungere il fotografo: “lu Luigi Ciullo Mozzacane”.

In quel ramo dell’inghiottitoio giunsero nella sala più interna, quella dalle candide pareti, dove apposero le firme e scattarono la “famosa” foto (B2). Tornarono poi nel primo ed ampio ambiente e da lì proseguirono nell’altro braccio della voragine (C). Ricorda poco Mosè di quest’ultimo, se non che è stato l’unico ad aver avuto il coraggio di intrufolarsi nei lunghi e stretti cunicoli che ne caratterizzano la parte finale, almeno finché ha potuto (D).

Prima di noi entrarono altri nella grotta”, ci dice Mosè. “Ricordo bene che me ne parlò in seguito mesciu Totu Siciliano” mentre altri, continua, “mi dissero che all’interno della grotta c’era na ‘cchiatura e che, per poterla recuperare, occorreva recarsi lì con una bella signorina nuda”. Ovviamente non riuscirono a trovare nessuna donna disponibile e del tesoro non se ne seppe più nulla. I pochi temerari rimasti all’interno della cavità, fatto quello che avrebbero dovuto fare, si avviarono soddisfati ed inorgogliti verso l’uscita. Ma mancava ancora un pizzico di pepe finale a quest’avventura.

Una volta fuori furono accolti dai curiosi, che li avevano aspettati sino a quel momento, nonostante l’attesa fosse durata almeno un paio d’ore. Li subissarono di domande: smaniavano dalla voglia di sapere per filo e per segno cosa nascondesse quel misterioso anfratto. Altri, invece, avevano desistito e si erano avviati col broncio verso il paesello. Qualcuno più accorto, però, si accorse che mancava ancora una persona all’appello. Il mormorio generale, infatti, fu rotto da un perentorio: “E lu Mozzacane addhù stane?” (dov’è Mozzacane?).

Luigi Ciullo, il fotografo, non era ancora emerso alla luce del sole. Lo stesso, ciondolando sull’uscio, urlò a squarciagola verso l’interno: “Mozzacane!”, “Mozzacane!”. Ma di Luigi si erano perse le tracce. Il tutto durò giusto il tempo che i presenti iniziassero a preoccuparsi sul serio, perché dopo pochi minuti si vide sbucare la sagoma di Luigi dall’imbocco della cavità tra il sollievo di tutti. Con una mano reggeva la macchina fotografica mentre con l’altra, fra lo stupore collettivo, il suo cappello che, per l’occasione, era ricolmo di pipistrelli recuperati, loro malgrado, sulla volta del primo ambiente ipogeo.

In paese e non solo, nei giorni seguenti, la loro esperienza era sulla bocca di tutti. Ognuno ne raccontò un resoconto alla propria famiglia. Il fascino e la curiosità che aleggiavano attorno a Grotta delle Fate avevano già allora varcato gli stretti ambiti paesani. L’unica verità incontrovertibile che i coraggiosi protagonisti riuscirono a raccontare fu quella che all’interno della voragine non vi era  nulla di particolarmente prezioso ed interessante, a dispetto di favole e leggende.

Mosè, purtroppo, ci ha lasciati nel gennaio del 2018 e a lui vogliamo dedicare questo articolo.

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Bibliografia 

N. Febbraro, M. Piccinni “Salento Sottoterra – Archeologia, geologia, storie e leggende su Grotta delle Fate (Salve)“, con i contributi di Stefano Margiotta, Stefano Calò, Stefano Cortese, Antonia Belgiorno, Libellula Edizioni, Tricase 2018.